La salute oggi, in una cultura di guerra.

Eleonora Meloni
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E’ la storia ad insegnarci che siamo gli eredi di due grandi e opposte culture che nel periodo tra il 4000 e il 2000 a.C. si sono fuse nella vasta area geografica che va dalla Mesopotamia all’Europa intera.

Una è la cosiddetta “civiltà gilanica” (vedi studi della archeologa Marija Gimbutas) sviluppatasi in tempi diversi nell’area della Mesopotamia con i Sumeri-Babilonesi e nella culla del Mediterraneo con i minoici. In questa cultura l’uomo e la donna, se pur con grandi differenze di mansioni e di ruoli, godevano dello stesso valore e riconoscimento da parte della famiglia e della società intera, ignoravano la guerra e vivevano stanziali in territori fertili e propizi per la caccia, la pesca, l’agricoltura e l’allevamento.
Salute in cultura di guerraL’altra è la civiltà indoeuropea, proveniente dalle lontane regioni dell’Indo, patriarcale all’interno della coppia e della famiglia così come nell’organizzazione della vita sociale in generale, che sopravviveva spostandosi continuamente da un territorio all’altro, invadendo, depredando, conquistando territori e impadronendosi delle risorse altrui. Per questo era una civiltà guerriera, che impostava il raggiungimento dei propri obiettivi combattendo, distruggendo ed eliminando gli ostacoli.

Mentre della prima ci sono rimaste poche testimonianze che si accennano nelle scuole dell'obbligo, da quella indoeuropea abbiamo ereditato indiscutibilmente numerose qualità radicate nella cultura che oggi definiamo “occidentale”: si possono osservare in ogni campo della nostra vita quotidiana e, per rendersene conto, basta guardare un telegiornale.

Nello specifico voglio portare l’attenzione all’ambito della salute.
Come in altri campi, anche qui l’atteggiamento guerriero è evidente: la malattia è un nemico, un guasto, un ostacolo, una minaccia per la salute dell'essere umano e quindi va debellata con ogni mezzo tanto che, per assurdo, a volte è anche lecito infrangere i limiti della sopravvivenza dell’ organismo stesso.
Concezione opposta è quella della cultura dell’Asia orientale, in cui lo stato di salute e lo stato di malattia sono un perpetuo alternarsi di eccessi e di vuoti alla continua ricerca di un equilibrio dinamico.

Secondo la concezione meccanicistica della medicina ortodossa occidentale, prevale l’idea di uomo come insieme di organi e apparati: questa visione ha portato a separare e decontestualizzare l'organo sofferente dall'essere umano.
Così un'alta specializzazione ha portato a perdere di vista l'individuo nella sua totalità di corpo e psiche.
In questo contesto la guarigione è vissuta come assenza di sintomi di un organo isolato, e come il ritorno a valori indicativi entro un range arbitrariamente stabilito.
L’azione terapeutica avviene quindi tramite interventi di tipo sintomatico, senza particolare cura per l'aspetto causale, spesso confondendo con causa ciò che in realtà è solo un effetto di una causa più profonda, meno fisica, che si è soliti trascurare.
La medicina ortodossa si concentra sul reperto e lo scopo è debellare l'anomalia quand’anche non fosse compresa.
La guarigione è sempre concepita come la diretta conseguenza di un atto medicamentoso, e non lascia molto spazio ai processi di auto-guarigione insiti nella natura e nella genetica dell’organismo vivente. Al contrario, la genetica ne esce come un accumulo di errori da correggere.

Esempio notevole è l’approccio alle remissioni spontanee che, ritenute inspiegabili, per quanto numerose sono spesso ignorate: stranezze eccezionali che non meritano molta attenzione e studio. L’unica prospettiva accettabile oggi è che la guarigione possa avvenire solo in seguito ad un atto di forza.
Anche la pressante raccomandazione di rinforzare il sistema immunitario - chiaramente nell’idea guerriera di “doversi difendere da un nemico” (l'agente patogeno oppure le cellule impazzite) - riflette l'esigenza di un intervento esterno per difendere un sistema non-autosufficiente, considerato per sua natura “troppo debole”.
Al di là delle situazioni di urgenza oggettiva dove l’intervento è vitale, la medicina che conosciamo troppo spesso non riconosce e non rispetta i tempi biologici di auto guarigione.
Stabilisce tempi sempre più stretti, militari e mercantili, pretendendo di ripristinare la “normalità” a forza e di corsa, sconfinando negli eccessi. E generando l’illusione che possa esistere il farmaco che “guarisce” perchè debella l’alterazione.

Se andiamo oltre al concetto di “guarigione = guerra ai sintomi e alle alterazioni”, e invece consideriamo tutto l’essere umano con il suo mondo percettivo, ossia i modi in cui egli vive gli eventi della vita, allora ci rendiamo conto che:

  • I sintomi, come i segni clinici (virus, marcatori…) e anche le alterazioni genetiche NON sono agenti/causa da debellare, ma sono l’EFFETTO con il quale le percezioni biologiche si stanno esprimendo in quel particolare organismo. 
  • i farmaci "non guariscono" ma contengono e curano, nel senso che attenuano, sintomi e malesseri
Se ci permettiamo di considerare la causa percettiva, possiamo scegliere di non fare la guerra a noi stessi ma di affiancare al lavoro sintomatico, svolto dai farmaci, un lavoro più personale e introspettivo, per iniziare a fare piccoli cambiamenti e ricominciare a stare meglio.


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