La causa della mia allergia al gatto... e come l'ho risolta

Dharma Bernardi
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In un giorno normale nel lontano 2002, successe qualcosa di speciale. Mio padre portò a casa un gattino. 
Con stupore lo vidi, e lui vide me. I suoi occhi verdi mi fissavano ma senza far trasparire alcun’emozione. Era calmo, immobile. Aggettivi per me quasi sconosciuti. Era seduto, nella tipica posizione di grande eleganza, la sua schiena s’incurvava alla base dando spazio per le sue zampe, e continuava ancora oltre fino alla punta della coda, che poggiava sinuosa al suo fianco. Il suo pelo nero e lucido era straordinariamente ordinato e pettinato. 
Mi accovacciai per salutarlo meglio, pur mantenendo la distanza. Lo guardai affascinata, magicamente innamorata. Non vedevo un gatto così bello da molto tempo. Nei precedenti anni ero stata in collegio nell’india del nord, dove i pochi gatti che si vedevano in giro io e miei compagni li chiamavamo “zombie cats” in quanto sembravano reduci da guerre feroci, arruffati, incrostati, sporchi, violentemente affamati e alcuni perfino senza una gamba, in totale risonanza con diversi abitanti di quella povera città. 
Questo invece era così raffinato e placido. 
Mi avvicinai poco alla volta, a passo dell’oca, mentre gli parlavo nella mia lingua umana. In tutta risposta lui si avvicinò invitandomi generosamente ad accarezzarlo. Oh! Che pelo morbido! Che pelo caldo, accogliente, scaldato dal sole che in quel momento baciava entrambi nel giardino di casa. Si strusciò avanti e indietro sui miei pantaloni facendo le fusa, che vibrando mi coinvolgevano ancora di più nell’incontro. Con la mano lo accarezzavo, quasi in automatico, e quando questa arrivava alla fine della sua schiena lui si girava per riprendere la carezza dalla testa, in un reciproco godimento.
Non so quanto tempo passò in quella tenera danza d’amore, ma ad un certo punto, improvvisamente, iniziai a sentire prurito in faccia, e impulsivamente mi strofinai la faccia freneticamente, presa da un fastidio viscerale e inaccettabile. 
Non lo avessi mai fatto! 
I miei occhi ora anch’essi prudevano immensamente, e ignara di quello che mi stava per succedere, iniziai a strofinarli per alleviare il fastidio. Ad ogni istante peggiorava la mia situazione. Li sentivo come pieni di sassi, le palpebre strofinavano l’occhio come se queste fossero diventate carta vetrata. Più mi toccavo e più gli occhi bruciavano. Più bruciavano e più mi veniva da toccarli. Il sole che fino a poco fa mi avvolgeva nel piacere ora coceva il mio viso. Entrai nel panico. Non mi era mai successa una cosa del genere. Andai in bagno a lavarmi quasi a tastoni, sforzandomi di tenere aperte le palpebre, con la vista che mi s’appannava e le lacrime che scendevano.
Così scoprii di essere allergica all’animale che più amavo e ammiravo. 

In prima battuta mio padre mi portò a fare delle iniezioni anti-allergie, ma dovetti smettere prima della fine del ciclo a causa di altre condizioni mediche. 
La mia prima strategia era semplice: potevo accarezzarlo ma solo per pochissimo tempo, poi di corsa a lavarmi scrupolosamente. Nonostante questo, per la maggior parte delle volte i sintomi si presentavano nella stessa identica forma, aggiungendo anche un rigonfiamento cutaneo qualora una sua unghia avesse anche solo leggermente perforato la mia pelle come accadeva quando muoveva le zampette su e giù a ritmo alternato. Alcune rare volte però, con mio piacevole stupore, non si presentava alcun sintomo. 
Poco tempo dopo, iniziai a trasferirmi di casa in casa, così una mia cara amica prese il gatto con sé per dargli una stabilità e le infinite coccole che si meritava.  
Per i seguenti 13 anni a volte capitava che la spinta ad interagire con alcuni gatti era più forte della mia circospezione. Per via della risposta allergica così veloce e invalidante, non permettendomi di usare adeguatamente la vista, mi concedevo questi momenti solo in rarissime occasioni e la maggior parte delle volte i sintomi non tardavano a presentarsi.
Poi venni a conoscenza delle 5LB attraverso un amico, e tra i diversi sintomi con i quali in quel periodo “combattevo” chiesi anche di questo. Mi spiegò i binari, e con amorevole ingenuità mi disse che per risolvere sarebbe bastato ricordare lo shock iniziale. 

Facile. Mi ricordai di Billy, il mio primo gatto. Era un piccolo randagio arancione, impaurito e difensivo. Assecondando i miei occhioni dolci, i miei genitori lo portarono a casa con noi. Per calmarlo mio padre lo accarezzò dolcemente, mentre una cassetta di mantra suonava in sottofondo e l’incenso spariva in fumo. Io guardavo in silenzio, ubbidiente. Già dal giorno successivo esplorava la casa, e dopo poche settimane anche il cortile, il quale era in comune con altre case del paese. 
Un giorno il mio gattino sparì. 
Ogni giorno dopo scuola mi recavo nel cortile a cercarlo. I primi giorni lo chiamavo in tutti i modi possibili con tanto di agitazione di croccantini. Poi semplicemente guardavo in giro in silenzio. Aspettavo. 
Avevo due ipotesi. Una casa abbandonata in quel cortile aveva un piccolo buco che andava nel suo interno. Io e i miei coetanei scherzavamo dicendo che lì dentro c’erano le pantegane, allora pensai che magari l’avesse mangiato un topo gigante. L’altra ipotesi era che mi fosse stato rubato da due ragazze sospette che più o meno il giorno prima della sua scomparsa si trovavano in quel cortile ad accarezzarlo chiedendo se fosse senza casa. Non so che fine fece, fatto sta che non lo vidi mai più. 
Bene, lo shock iniziale lo avevo trovato. 
Eppure, il sintomo continuava a presentarsi. Quando recuperavo il contatto con un gatto che per qualche motivo risuonava con la mia relazione con Billy, la mia pelle si gonfiava e i miei occhi bruciavano. 
Man mano che conoscevo sempre meglio le 5LB comprendevo che conoscere lo shock iniziale spesso e volentieri non solo è impossibile, ma non necessariamente “scioglie” la configurazione di risposta automatica del binario. 
Mi fu consigliato di rieducare il significato attribuito al “gatto” attraverso un rinserimento costante. Ogni giorno dovevo accarezzare un gatto, aumentando gradualmente il tempo speso insieme. Riuscii a farlo grazie al gatto di un mio vicino che si prestò felice alle coccole. Al quinto giorno circa però i sintomi comparvero nuovamente. Mi sentivo impotente davanti alla reazione del mio corpo. Così provai un'altra strada prima di riprovare con l’inserimento graduale. Chiesi a questo mio vicino, che tanto già mi prendeva per matta, una manciata di peli del suo gatto. Li tenni in tasca per un mese intero. Poi ripresi l’esperimento dell’aumentare gradualmente le coccole e questa volta riuscii ad andare avanti fino alla fine, senza avere alcun sintomo. 

L’allergia però non era ancora finita. Anche se la pelle non si gonfiava più al contatto con le unghie dei gatti, notai che se mi toccavo il viso casualmente dopo aver accarezzato un gatto, gli occhi tornavano a bruciare, anche se in modo molto più attenuato rispetto a prima. La nuova strategia comportava di nuovo un evitamento: accarezzare i gatti sì, ma mai mai mai per nessuna ragione al mondo toccarsi il viso. L’automatismo del corpo però non conosce le ragioni del mondo, e mi capitava ogni tanto di toccarmi gli occhi e di conseguenza emergeva il tipico bruciore e rossore ormai a me molto noto.
L’esercizio “finale” mi fu suggerito da una grande donna, Simona Cella. 
L’evitamento non può che rafforzare il sintomo e il significato “nocivo” che si attribuisce al “colpevole” di turno, nel mio caso il gatto. Andava affrontato, di petto, da adulta. Disegnai quindi Billy su un foglio, al mio meglio. Entrando in uno spazio di intimità personale mi collegai ai miei ricordi. Misi il disegno davanti ad uno dei miei gatti (l’allergia non mi ha fermato dall’avere in casa tre gatti) e poi lentamente lo spostai, guardandoli insieme, come due esseri distinti, separati, unici benché simili.
Anche se non è potuto crescere con me, sentii che Billy ebbe ricevuto tanto amore. Dopodiché accarezzai il mio gatto e poi dritta a strofinare l’occhio con la stessa mano, senza paura. Non iniziò a bruciare, non si arrossò. Ma una lacrima scese sul mio viso commossa dal tanto amore che mi legava sintomaticamente al mio caro gattino arancione. 
I sintomi sono processi relazionali che ci parlano di grandi amori, talvolta soffocati, talvolta incompresi, e vi è un’infinita bellezza nel guardare i propri attraverso questi nuovi occhi. 



PS. alcune precisazioni per i lettori occasionali e i neofiti:
  1. ogni storia è personale: per esempio non tutti sono allergici al gatto proprio perché hanno perso un gatto... magari hanno perso la nonna che aveva un gatto, e il pelo di gatto è solo un binario.
  2. non tutti i sintomi sono cutanei richiamando una rottura di contatto, ad alcuni si chiude la gola (spavento) ad altri fa starnutire (ansia per l'imprevisto)... ogni caso ha il suo schema di reazione.
  3. l'esercizio che ha compiuto Dharma non è una ricetta per risolvere le allergie ai gatti: è l'esito ultimo di un percorso intimo che ha consentito a Dharma di riconfigurare la propria percezione. Non è quindi copia-incollabile su casi di altri, ognuno costruirà il proprio percorso che è esso stesso la propria terapia. Il concetto di "risolvere il conflitto"
  4. Cosa sono i binari e le allergie secondo le 5 Leggi Biologiche.

 



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