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L'eradicazione dell'epatite C e il sillogismo della vettura sportiva

Immagina che qualcuno ti venda un'automobile, facendoti intendere che è una vettura sportiva molto veloce perchè è rossa, proprio come una Ferrari.
Dopo un po' di tempo che la usi, ti accorgi che fatica ad andare oltre i 90 km/h.
La riporti indietro e il venditore, dopo aver verificato che non ha difetti, in tutta onestà non riesce a spiegarsi come sia possibile che un'auto rossa non sia performante.

Il sillogismo su cui poggia questa storiella si costruisce così:
1- Le vetture rosse sono sportive
2- La vettura che ho acquistato è rossa
3- Dunque la mia vettura rossa è sportiva

In una metafora bizzarra, questo è ciò che sta accadendo (e probabilmente sarà sempre più evidente) con i "super-farmaci" per l'epatite C, quelli recentemente immessi in commercio e in grado di abbattere la "carica virale" del "virus dell'epatite" (HCV) nel 90% dei casi.

Questa spiccata caratteristica induce il sillogismo:
1- Certe "malattie" del fegato sono causate dal virus HCV
2- Questo farmaco elimina il virus
3- Dunque chi assume il farmaco starà meglio con un fegato più sano.

È immediato: ci risulta lapalissiano che una tinteggiatura rossa su una vettura non è ragione sufficiente a renderla sportiva.
Nello stesso modo, in ottica 5LB emerge chiara l'irregolarità logica dovuta alla debolezza della premessa, non verificata ma universalmente postulata, che il virus HCV sia la causa dell'epatite e delle complicazioni al fegato.
Eppure l'irregolarità sarebbe evidente non solo in ottica 5LB, ma anche in base al buon senso scientifico.

In un articolo di qualche mese fa, avevamo messo in guardia sul fatto che i nuovi "superfarmaci" non avessero alle spalle sufficienti prove di efficacia per essere definiti, come è invece largamente avvenuto nel mondo dell'informazione, "miracolosi" e "salvavita".
Si evidenziava infatti che "il nuovo super-farmaco funziona molto bene nell'abbattere la carica virale, ma ad oggi non vi sono dati che indichino che tale abbattimento rallenti l'evoluzione dell'epatite."
In poche parole, gli studi clinici dell'azienda produttrice sono stati eseguiti in modo formalmente corretto, impostando però un obiettivo "basso" (detto "traguardo surrogato") su un marcatore: la "risposta virologica".

La deduzione successiva - che la riduzione di un marcatore e la riduzione della concentrazione di virus nel sangue portino un beneficio concreto alla salute - non è verificata né studiata, ma è data per scontata da istituzioni e mezzi di comunicazione.
Grazie a ciò, i governi nazionali hanno avuto l'impressione che i dati fossero più che sufficienti per acquistare scorte del prodotto a prezzi elevatissimi (un miliardo di euro per l'Italia).
In questa posizione di forza, il produttore non si sentirà certo in obbligo di dimostrare che l'abbattimento della carica virale porti un effettivo beneficio alla persona. Il che è tutt'altro che scontato, ma lo si saprà solo tra qualche anno.
Recenti osservazioni sui casi reali iniziano già a consegnare dati importanti: è vero che il farmaco raggiunge il suo obiettivo nel 90% dei casi (per lo meno nella finestra temporale presa finora in considerazione) ma, messa su strada, questa "vettura sportiva" sembra dare incertezze.

Uno studio retrospettivo presentato in questi giorni (condotto dal Dipartimento di scienze mediche e chirurgiche dell’Università di Bologna), ha analizzato le cartelle cliniche di 59 pazienti con "cirrosi epatica da HCV" che avevano avuto carcinoma al fegato, erano stati quindi sottoposti con successo a un trattamento (chirurgico o di altro tipo) che aveva rimosso la neoplasia, ed erano stati poi trattati con gli antivirali efficaci al 90%.
"Il dato che ci ha un po’ spiazzato - dice un autore del lavoro - è che ben il 29%, cioè 17 persone, hanno sviluppato un nuovo cancro epatico nel breve lasso di tempo di 6 mesi dalla fine del trattamento antivirale”.
Solitamente l'incidenza di ricadute "in chi ha avuto carcinoma ma NON è stato successivamente trattato con antivirali, va dal 20% al 30% in 3 anni.
In questo senso, “il 29% dello studio non è sorprendente": quello che sorprende è che non solo l'abbattimento di carica virale non determina alcun vantaggio rispetto alla ricomparsa di noduli al fegato, ma darebbe l'impressione (oggi non spiegabile) di accelerarne la proliferazione.
La ricaduta "avviene anche in pazienti seguiti per molto tempo dopo l’intervento e che non presentavano alcuna evidenza di nuovi tumori” prima del trattamento con antivirali.
Gli autori consigliano quindi, nei successivi 12 mesi, di tenere sotto controllo chi ha avuto un tumore epatico e ha seguito il trattamento con antivirali.

Uno studio spagnolo, pubblicato sul Journal of Hepatology e condotto dal Barcelona Clinic Liver Cancer Group dell’Hospital Clinic Barcelona, ha fornito risultati del tutto simili: su 58 pazienti con una storia di carcinoma epatico, 16 (il 27,6%) ha avuto una ricaduta. Il tempo medio è stato di 5,7 mesi.

Cosa ci dicono questi dati?
Ci dicono che il farmaco agisce, ha un effetto che potrebbe avere una sua utilità (che non può limitarsi al marcatore surrogato) ma questa utilità, insieme anche agli effetti avversi, deve essere ancora valutata.

Nel frattempo e dalla prospettiva delle 5 Leggi Biologiche, siamo spontaneamente indotti a tenere alta l'attenzione intorno a un farmaco chiamato "super", che per quanto possa essere efficace potrà sì intervenire sui sintomi, ma non certo sulle loro cause.
Da questa posizione vigile e critica, emergono le contraddizioni e stridono quei sensazionalismi di annunci "miracolosi", che spingono sia le istituzioni sia i cittadini ad atti di fede nei confronti di iperboliche "eradicazioni di malattie".

Eppure, anche senza la conoscenza delle 5LB ma con buon senso, è possibile discernere le distorsioni e i "sillogismi da vettura rossa" che spesso l'informazione mediatica, ma anche la ricerca, producono, riportando ad una misura più proporzionata le aspettative popolari.

Poggiando dunque sulle sole evidenze disponibili, assimilare la risposta virologica nel singolo paziente alla eradicazione del virus dell’epatite C dalla popolazione è una suggestiva, ma inverosimile, strategia di sanità pubblica.
Inoltre, considerato che la mortalità nei pazienti con epatite C è molto bassa e che nessuno studio ha dimostrato che il sofosbuvir riduce la mortalità, il termine “farmaco salvavita” è improprio e non dovrebbe più essere utilizzato. (Evidence.it)

Approfondisci l'argomento dei superfarmaci nell'articolo Epatite C - Quando il farmaco è super, nessuno si chiede se funziona, o l'eziologia dell'epatite.



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