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Un attimo...
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Clicca qui e smetti di usare la parola 'Scienza' a sproposito

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Ennesimo articolo sui problemi dell'epistemologia nel nostro secolo, che diventano insostenibili quando si tratta di scienza medica?
Sì. 
Evidentemente ce n'è bisogno.

Ce ne sono di numerosi nel 5LB Magazine, alcuni condensano già in modo efficace il pensiero mio e di una parte della "comunità scientifica". 
In particolare riprendo ed espando l'introduzione di questo articolo, per chiarire in che senso ritengo che si debba smettere di usare la parola Scienza quando si parla di medicina:

Dimentica "la scienza", perchè in medicina non esiste.
"Lo dice la scienza" -
proposizione che porta in nuce QUINDI È CERTO E VERO - è infatti un'espressione che non può essere altro se non il preambolo ad un dogma, un atto di fede che non ha niente di scientifico.
Per diversi motivi:



1- LA MEDICINA È ARTE
Prima di tutto perchè la medicina non è una scienza esatta che possa circoscrivere tutto dentro spazi misurabili, definiti e sempre uguali, ma è invece primariamente un'arte umanistica di relazione tra persone.
Io non sono un medico, ma personalmente mi piace guardare a questo mestiere più come all'attività di un artista o di un esperto artigiano, piuttosto che di uno "scienziato" inteso popolarmente come una macchina da laboratorio.
Peraltro si tende a mischiare senza soluzione di continuità l'ambito clinico (quello della cura concreta delle persone) con quello della ricerca, la quale produce linee guida e protocolli ai quali i medici fanno riferimento secondo coscienza.
Anche facendo le opportune distinzioni, è improprio accostare la ricerca medica all'idea di una scienza esatta e al metodo galileiano (con la granitica presunzione matematica di cui sono veicoli), accostamenti che sono possibili (ma già critici!) con materie come la matematica e la fisica.

2- I PROBLEMI SISTEMICI DELLA RICERCA MEDICA
Il classico adagio "lo dice la scienza", abusato dai media e da chi lo brandisce come scettro di potere (a maggior ragione quando è detto con tono perentorio) non ha alcuna corrispondenza nella realtà dei fatti.
Stiamo infatti parlando di un ambito nel quale conosciamo l'efficacia di solo l'11% delle nostre azioni. Cioè solo l'undici per cento di ciò che facciamo in medicina sappiamo che funziona (Fonte: Evidence Handbook 2011-2012).
Ad essere onesti, se c'è qualcosa che "la scienza dice", sarebbe dunque: in realtà io so solo un decimo di quello che sto affermando di sapere.
Come è possibile una percentuale tanto bassa?

- Prima di tutto perchè la maggioranza delle teorie che spiegano i fenomeni biologici (cioè il "come" funzionano le cose e l'eziologia) sono fondate su ipotesi, parzialmente o del tutto non verificate.
Diciamoci la verità: non abbiamo ancora capito granchè su come funziona la vita e l'essere umano.
È proprio per questo motivo che possono co-esistere così tante teorie diverse, come anche le stesse 5 Leggi Biologiche: perchè c'è un enorme vuoto di conoscenza da colmare.
Se "la scienza dicesse" veramente con tutta quella sicumera, non ci sarebbe spazio per discuterne.

- Poi perchè i problemi sistemici della ricerca in generale, e di quella bio-medica in particolare, sono colossali e si intrecciano con i valori su cui è costruita la nostra odierna civiltà.
Cito solo alcuni degli "sfoghi" tra i più recenti e noti nel mondo della ricerca:

Richard Horton, caporedattore del Lancet, una delle più importanti riviste al mondo nella pubblicazione scientifica, dice: "La questione sulla scienza è chiara: gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, è probabile che sia semplicemente falsa. 
Afflitta da studi con campioni di piccole dimensioni, risultati minuscoli, analisi esplorative fallaci e conflitti d'interesse palesi, insieme ad un'ossessione per il perseguimento di tendenze alla moda di dubbia importanza, la scienza ha preso la via dell'oscurità ".
Fonte: Lancet

Si capisce che, detto proprio dal Lancet, fa cadere ogni stampella a  dogmi del genere "lo dice la scienza perchè è certificato dalle più prestigiose pubblicazioni scientifiche peer reviewed".
Dobbiamo umilmente tornare con i piedi per terra e le università dovrebbero iniziare a prendere sul serio l'insegnamento della Evidence Based Medicine che, ancora oggi, latita.

"Semplicemente non è più possibile credere alla maggioranza della ricerca clinica che viene pubblicata - dice Marcia Angell - o affidarsi al giudizio di medici fidati o a quello di linee guida autorevoli. 
Non traggo piacere da questa conclusione, che ho raggiunto lentamente e con riluttanza durante i miei due decenni come direttore del New England Journal of Medicine". Fonte: NYBooks

Questa contraddizione è frequente negli addetti ai lavori: vi è un abisso che si frappone tra ciò che si studia accademicamente e ciò che accade nella realtà. Sono due mondi, e solo l'esperienza di lunghi anni, come racconta Marcia Angell, permette di portarne a coscienza la frattura.
Ho imparato a riconoscere quella ostentata sicurezza, spesso eccessiva e persino arrogante, caratteristica di chi ha studiato molto e forse è alle prime armi; mentre non è affatto raro, dall'altro lato, riconoscere quella saggia disillusione e l'apertura mentale caratteristiche di chi ha fatto lungamente esperienza sul campo, conoscendone le infinite sfumature fuori dal controllo.


LA RICERCA BIOMEDICA È LARGAMENTE NON RIPRODUCIBILE
Se è vero che disponiamo di una montagna di esperimenti imperfetti e inaffidabili, significa che supponiamo di avere delle risposte ma, nella pratica, senza alcun valore clinico perchè non ripetibili sui pazienti in carne ed ossa.
Di fatto la prerogativa di una scienza esatta sarebbe la sua totale riproducibilità.

Nature (altro nome prestigioso per le pubblicazioni scientifiche) ha prodotto uno dei più famosi e approfonditi sondaggi nel mondo della ricerca: i ricercatori sono piuttosto coscienti che la maggioranza degli esperimenti pubblicati non sono in realtà riproducibili.
Esserne coscienti è già importante.
Ma quanti ci hanno provato?
Il fatto è che la riproducibilità è un postulato che si suppone essere garantito dal sistema "comunità scientifica", quindi chiamiamolo tranquillamente pregiudizio.

La mancata comprensione dei nostri pregiudizi ha contribuito a creare una crisi di fiducia intorno alla riproducibilità dei risultati pubblicati, afferma lo statistico John Ioannidis [Fonte: Nature], co-direttore del Meta-Research Innovation Center presso la Stanford University di Palo Alto, in California. 
Il problema va ben oltre i casi di frode. 
All'inizio di quest'anno, un grande progetto che tentava di replicare 100 studi di psicologia è riuscito a riprodurne solo poco più di un terzo [Fonte: Nature]
Nel 2012, i ricercatori della società biotecnologica Amgen di Thousand Oaks, in California, hanno riferito di poter replicare solo 6 dei 53 studi di riferimento in oncologia ed ematologia [Fonte: Nature]
E nel 2009, Ioannidis e i suoi colleghi hanno descritto come sono stati in grado di riprodurre completamente solo 2 su 18 studi di espressione genica basati su microarray [Fonte: Nature].
Fonte: Nature

Il problema della riproducibilità è estremamente vasto e va a toccare anche il nodo del publication bias (cioè la tendenza a pubblicare solo studi nuovi perchè gli studi di riproducibilità sono considerati poco interessanti) ma non lo approfondiamo oltre.
Per chi non ne avesse abbastanza su questi argomenti, l'Atlantic ha la capacità di essere molto convincente: qui un articolo sul lavoro di Ioannidis Bugie, dannate bugie e la scienza medica.


Partito politico che abusa
della scienza (medica!).
Uno dei migliori esempi di
percezione dogmatica su di essa.
Mi rendo conto che raccolgo spesso informazioni di questo genere in reazione ad una condizione paradossale e peculiare della nostra epoca storica:
- da un lato abbiamo un quadro delle cose che è quello descritto sopra, incredibilmente incerto e precario;
- dall'altro lato abbiamo quotidianamente un fronte mediatico che, compatto, costruisce la narrazione di una bella favola.
Un po' per mantenere il migliore ordine sociale possibile, un po' per agevolare la più alta "compliance" dei pazienti con la minore fatica politica, un po' perchè siamo in un'epoca di assuefazione alla tecnologia...viviamo in una bolla di fede religiosa e di aspettative artefatte nei confronti de "La Scienza" che, in proporzione alla incertezza reale, è tragicomica.
Al punto che le stesse prestigiose riviste scientifiche, i templi del peer review, a molti appariranno produttori impazziti di "fake news".

Va bene, capisco.
Tuttavia, per chi vuole guardare, le cose stanno così.
Tra un po' di anni questo tipo di articoli (insieme a questi signori che abbiamo citato) potrà sembrare l'opera di un pazzo invasato, e allora dovremo ricordarci di questo contesto tanto contraddittorio.

La medicina del futuro sarà più trasparente e più "scientifica"?
Non possiamo saperlo; la precisione delle leggi biologiche sono certo che darà il suo contributo.
Quello che so è che oggi è del tutto fuori luogo l'accostamento della parola "scienza" intesa come "fatti sperimentali certi", al mondo della ricerca bio-medica.
Chiamiamola ricerca, sperimentazione, materia, arte o mestiere, come si vuole...ma per il momento lasciamo in pace Galileo.

Sia chiaro, la parola scienza non è di per sè problematica, se non all'interno del dibattito secolare sulla sua definizione: la contraddizione si pone nella nostra epoca per la crescente deriva ecclesiastica, che si retroalimenta perchè diventa uno strumento nell'esercizio del potere.
Quando la scienza diventa un tracotante atto di fede religiosa



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